Centrale Montemartini

Centrale Montemartini

Un pomeriggio magico, vistando la bellissima Centrale Montemartini alla Garbatella, in compagnia di Etruschi, Muse, donne, uomini, soldati e imperatori

Settembre, fa ancora caldo – ma la sera il vento leggero – fosse il ponentino della canzone specchio di Ovidio? – rinfresca l’aria e spinge all’azione.

Così decido: domani affronterò il pomeriggio assolato ed attraverserò la città per raggiungere il

Museo della Centrale Montemartini, alla Garbatella, Quartiere X Ostiense.

Il palazzo mi ricorda quello del mio Liceo, a Genova;

anche se il Liceo Ginnasio Andrea D’Oria è figlio della “archittettura funzionalista” del ventennio fascista, e, dunque, ha una trentina di anni di meno.

Quando si entra, la sensazione di semplice funzionalità si fa più forte:

mi accoglie un bancone, dietro il quale una ragazza gentilissima riesce a dissimulare la sorpresa un pò perplessa al mio entusiasmo per l’acquisto della MIC-Card

(lei non può sapere per quanto tempo ho invidiato ai residenti in Roma la possibilità di diventarne titolare …)

Più tardi, allo stesso bancone si materializzerà improvviso, gentilissimo anche lui, un suo collega, per condividerne l’imbarazzo perchè “qui i libri non si possono acquistare con il bancomat”.

Il bellissimo catalogo “Volti di Roma“, comunque, non potevo davvero perdermelo…

Entro nelle stanze dove si trova la mostra “I colori degli Etruschi” – una meraviglia di sfumature, nate tra il 500 ed il 400 prima di Cristo…

che si inseguono in modo mai banale,

anche grazie alle rispettose ricostruzioni disegnate delle parti mancanti,

dopo il recupero di molti frammenti compiuto dai Carabinieri del Nucleo Tutela Patrimonio Culturale, che li trovarono a Ginevra nel 2016.

Lascio il settore dedicato ai miei amici Etruschi, il cui sorriso alla vita è incredibilmente fotografato per lo più nei loro “monumenti funebri” e mi avventuro nella Sala Caldaie n. 2, dove ora si trova

il treno di Pio IX, Mastai Ferretti.
Il treno di Pio IX

… costruito apposta per lui, che sicuramente sotto questo profilo fu un “progressista” e rese possibile la nascita delle linee ferroviare pontificie – progetto sostenuto anche se non potuto realizzare anche dal governo della breve Repubblica Romana del 1848.

Il convoglio (se così si possono chiamare tre vagoni) venne inaugurato il 3 luglio 1859.

La data rimbalza nei miei ricordi di liceo, perché curiosamente sono gli stessi anni in cui Carducci prendeva proprio il treno come simbolo dell’invincibile Satana – il progresso.

Esco dalla Sala Caldaie; finalmente mi addentro

nel cuore del Museo della Centrale Montemartini…

e rimango senza fiato.

Tra le grandi macchine del 1900 hanno trovato il loro posto – come non ne avessero mai avuto altro – dee maestose,

muse,

giovani uomini in toga,

soldati,

nobili matrone,

fanciulli,

fanciulle,

bambini

una dea egizia,

l’immancabile Augusto

e una testa raffigurante Giulio Cesare, incredibilmente piccola.

Faccio un primo giro nelle due enormi stanze, poi mi siedo guardando da lontano la cattedra su cui un giovane corre per sempre verso la sua meta…

… chiudo gli occhi …

e loro cominciano a parlare.

Si avvicinano, gli anziani, e mi raccontano di quel

Giovanni Montemartini

che questo edificio lo volle per dare a Roma la sua luce. Elettrica.

Era nato vicino a Pavia all’inizio della seconda metà del 1800, aveva studiato giurisprudenza ma diventò un economista” spiega un uomo di una certa età. “E un giornalista!” esclama un altro, di quelli che sanno quasi sempre qualcosa di più di te.

“A Milano si occupò delle condizioni dei lavoratori a domicilio e nelle risaie…” osserva una signora dalla pettinatura un pò fanée

” E introdusse l’assicurazione volontaria integrata contro la disoccupazione” aggiunge una ragazza, che nel frattempo si è unita al gruppetto, insieme con i suoi amici più giovani “E pensò addirittura ad un tavolo di confronto tra datori di lavoro e i lavoratori!

Erano i primissimi anni del 1900.

A Roma, Giovanni Montemartini si dedicò alla politica ed al territorio.

Così nacque la sua Centrale, ma lui intanto si occupava anche di Ferrovie…

Morì a 46 anni, senza riprendersi da un malore avuto in aula durante una discussione sui trasporti pubblici nella Capitale.

“Sembra che lo conosciate bene” penso io.

“Certo!” rispondono “Anche lui abita qui…” – tra le macchine e le pareti di questo edificio che è prima di tutto suo.

Mentre continuano a parlare tra loro – forse proprio di Giovanni Montemartini – sento avvicinarsi la voce di una ragazza.

“L’hai visto, il ponte qui fuori?” mi chiede.

Certo che l’ho visto, come si potrebbe ignorarlo? attraversa le rotaie della stazione di Roma Ostiense occupandone benevolo il cielo con la sua struttura piena di linee rette bianche come la neve…

Ponte Settimia Spizzichino
Il Ponte Settimia Spizzichino
“Si chiama ponte di Settimia Spizzichino“, spiega un’altra voce.

“Anche lei abita da queste parti – ci ha abitato fin quando non è morta, alla Garbatella, ed ora qualche volta viene qui, per raccontare, ancora”.

Di quel giorno dell’ottobre 1943, quando con la sua famiglia e con quasi tutti gli abitanti del quartiere, lei Settimia Spizzichino fu portata via dai nazisti.

Di come si viveva, e soprattutto di come si moriva, nei campi di concentramento.

Di come si salvò, lei sola di tutti i suoi, perché rimase nascosta per diversi giorni tra i cadaveri del campo.

E anche, del senso di colpa per il ritorno, quando tanti non sono tornati. E della forza di vincere anche quello, per raccontare affinché non sia possibile dimenticare, e sia quindi più difficile ripetere.

Per me è ormai ora di andare.

Li lascio parlare, esco salutandoli appena: so che continueranno, in questa loro stupenda casa, a dire, a piangere, a sorridere.

So che tornerò, a questa Centrale Montemartini che oggi mi è sembrata una porta magica, e domani me lo sembrerà ancora.

Alle mie spalle, sulla via del ritorno, il Gazometro costruito dalla genovese Ansaldo nel 1935 ritaglia il cielo azzurro

Il Gazometro

quasi fiero di essere ormai solo un simbolo di quella archeologia industriale che altrove spesso genera ecomostri.

E mentre riprendo la via per la metropolitana, il graffito di un viso di oggi che sembra avere capito tutto mi spiega:

Stazione Roma Ostiense

non è la morte a renderci tutti fratelli, ma la vita – da prima degli Etruschi e certo a dopo di noi.

La vita che, testarda, non smette mai di raccontarsi, e di voler essere raccontata.

giovannavernarecci

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