Il mio giro a Primavalle

Il mio giro a Primavalle

In un tiepido giorno di gennaio, la mia passeggiata a Primavalle, il quartiere della vita e della voglia di riscatto disegnate sui muri.

“Non siamo mica al centro, qui”, mi sorride quasi materna la signora alla cassa del bar dove mi sono fermata a prendere il caffè di mezza via.

Pagando il caffè, le avevo specificato che lo avrei bevuto ai tavolini fuori; e lei mi ha giustificato così il costo uguale, al bancone o seduta.

Avrei voluto dirle:

“non è vero, lei è al centro”, perché…

ma questo ve lo dico dopo.

Ora, andiamo con ordine.

Alle 12,45 di un giorno in cui avevo stabilito di stare a casa, prendo la decisione e, invece, parto alla volta della fermata del 46 a Boccea: arriverò fino al capolinea a Monte Mario, e tornerò indietro alla ricerca di un bassorilievo e di una pietra miliare.

D’altronde c’è il sole, non fa freddo, e insomma non posso proprio perdere l’occasione!

“Vado a Primavalle!”

comunico così ai miei amici del bar sotto casa addentando il tramezzino che ho deciso sarà il mio pranzo.

La cosa desta poco entusiasmo. Forse si stanno chiedendo cosa ci vado a fare, a Primavalle.

Ma nessuno mi chiede nulla di più, d’altronde sono abituati al fatto che sono strana – ci vediamo dopo, Giova’. Proprio così, con il punto.

Dunque, salgo.

Poca gente ma nessun posto,

così non mi resta che appoggiarmi alle sbarre che, immagino, sono lì per accogliere eventuali viaggiatrici e viaggiatori diversamente abili.

Un vecchio dorme sul seggiolino largo,

il cappello calato sul viso nascosto dal paraorecchie. Non sembra stare male, solo si tiene una mano davanti al viso – forse vuole far capire che

desidera solo essere lasciato in pace.

Scopo che persegue con testardaggine ammirevole:

tetragono ai tentativi di farlo spostare che una signora, anziana anche lei, perpetra in ogni modo – fino a quando, sconfitta, non decide di sedersi sul lembo estremo del seggiolino.

Mi chiedo se l’anziano arriverà con me fino al capolinea, o se addirittura non resterà anche dopo, usando il bus come un letto semovente; invece sparirà, improvviso, ad una delle fermate di Torrevecchia.

Forse svegliato dalle bambine che, con le loro mamme, a un certo punto urlano: “FERMATAAAAAA!!!!”

Chissà se loro si erano dimenticate di prenotarla, o l’autista di farla…

Ormai semivuoto, il bus caracolla fino alla Stazione di Monte Mario

(esiste un piacevole articolo sul sito Primavalle in rete dove si può leggere come il problema della strada in salita per i bus sia tutt’altro che nuovo)

svuotandosi – man mano che andiamo avanti – dei ragazzini usciti da scuola e delle donne con borse della spesa chissà perché tanto più voluminose quanto più anziane sono.

O forse lo sembra a me, perché la fatica del trasporto si unisce a quella degli anni.

A Monte Mario, non fosse per le auto posteggiate, sembra di essere quasi in montagna…

Faccio un breve giro per la grande piazza, poi comincio la mia strada, a ritroso di quella che il bus ha fatto per salire, con destinazione Primavalle.

Ora, devo dire che

se scrivete “Primavalle” sulla query di Google

forse vi sarà più facile capire la perplessità dei miei amici del bar: centro di malavita diffusa,

il solito disinteresse dell’amministrazione

tanto più forte quanto più modesti sono i quartieri che ne sono vittima,

(“non siamo mica al centro, qui…”)

fatti di sangue di oggi ed il ricordo di quelli, politicamente qualificati e tutti orribili, di ieri.

Ma oltre a tutto questo, c’è ed è tanta la vita di tutte e tutti quelli che, testardi quanto onesti, a Primavalle lavorano, o tornano dopo il lavoro, ci crescono i loro figli e le loro figlie, vogliono qualcosa di bello su cui alzare gli occhi quando escono la mattina, o rientrano la sera.

E sono i loro segni che sono venuta a cercare,

perché vorrei dire loro che, per quel pochissimo che vale quel che penso io, sono loro che alla fine supereranno la nottata.

Terra d’Etruschi prima della conquista romana

Primavalle si chiama così probabilmente dalla metà del 1500.

Fu a lungo (a lunghissimo, se si potesse dire) territorio rurale e scarsamente abitato,

fino a che

nel 1936

vi venne costituita una delle

borgate ufficiali

volute dal governo fascista, questa in particolare destinata ad accogliere le circa 5000 persone che avevano perso la loro casa per via della ristrutturazione della zona intorno al Teatro di Marcello ed a quella che oggi è Via della Conciliazione.

Secondo Wikipedia, caratteristiche della nuova borgata di Primavalle

sin dalla costruzione erano l’estrema povertà degli abitanti e la carenza di servizi pubblici soprattutto per i collegamenti con il centro della città, situazione che si è protratta per molti anni dopo il secondo dopoguerra“.

In realtà, prima dell’insediamento della borgata ufficiale, in zona c’erano un “Casale di Primavalle”, una “Vaccheria di Primavalle”, una “via di Primavalle” e una “piazza di Primavalle”: la antica Tenuta, ossia una vasta area agricola di proprietà del Capitolo di San Pietro già dal 1500, compresa fra via Boccea, via della Pineta Sacchetti e via di Torrevecchia.

Ad ogni modo, le linee essenziali dettate dal Razionalismo

imperante in quell’epoca ed attento sostanzialmente ad ottenere “una sempre più perfetta identificazione tra forma e funzione, l’utilizzo di volumi semplici e netti, la preponderanza della linea e degli angoli retti, l’abolizione di ogni decorazione

si riconoscono bene anche oggi percorrendo la Via di Torrevecchia verso la via Federico Borromeo.

Io, però, riconosco più volentieri il segno delle parole che nel 2015 presentavano l’evento “Muracci nostri“:

Così, mi piace guardare la signora che osserva il bicchiere che forse comprerà al banchetto in via di Torrevecchia…

…le colorate offerte di attività per il tempo libero…

…il foglietto attaccato al muro, come se fosse la richiesta di aiuto se si è perso il gatto, con il quale un sacerdote vuole offrire una strada a chi forse non ce l’ha…

(poco dietro c’è una chiesa evangelica, che verosimilmente fa la stessa cosa, ma non ha appeso foglietti)

…il ristorante con il prezzo fisso a 10 euro…

…il mercatino (identico a quelli che si vedono dovunque)…

…il giardino elegante…

…ed ovviamente il bassorilievo all’inizio di via di Val Favara – debitamente circondato da graffiti vari ed ahimé non debitamente pulito

E poi, finalmente, quello che stavo cercando: i “Muracci”.

E poi, ancora, come se questi muri proprio non potessero contenersi, e volessero così liberarsi definitivamente da qualsiasi traccia di volontà di “abolizione di ogni decorazione” :

il muro dell’Ufficio Postale

…quello dedicato a Mario, il 18enne che nel 2011 morì travolto accidentalmente da un mezzo dei Carabinieri mentre con lo scooter era fermo a un semaforo…

…e la targa in ricordo dei due ragazzi, bruciati nella loro casa durante gli Anni di Piombo da un commando di Potere Operaio.

Mentre lascio che i colori, e con loro le emozioni, si preparino ad entrare nei ricordi, arrivo alla rotonda di Piazza Clemente XII

e decido che

è il momento di fermarmi per un caffè.

Allo Snack Bar di via dei Monti di Primavalle 56.

E’ lì, che la signora mi dice che

qui non siamo in centro

e dunque il caffè costa uguale, al banco o seduta fuori.

E mentre mi godo la pausa penso che no, non è vero.

Questo quartiere,

come tutti gli altri, naturalmente, ma questo in un modo che lo rende più evidente (non so perché)

è il centro.
Il centro di migliaia di altre vite:

quelle di coloro che a Primavalle non ci vengono solo per fare foto, ma ci vivono, e contagiano con la loro vita perfino i muri delle loro case.

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In un tiepido giorno di gennaio, la mia passeggiata a Primavalle, il quartiere della vita e della voglia di riscatto disegnate sui muri.
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