Il Ponte Milvio

Il Ponte Milvio

Ponte Milvio, Ponte Mollo – storia del ponte famoso perché è tra i più antichi di Roma, per la battaglia di Costantino, per il nome ballerino e per molte altre ragioni.

Il Ponte Milvio è stato il primo di Roma che ho imparato non solo a riconoscere, ma anche a ritrovare – nel senso che so come ci si arriva da casa mia.

Il Ponte Milvio

Il che non è poco, per una straniera che cerca di imparare a fare a meno del navigatore, quando gira per Roma, quanto meno nelle strade principali.

A vederlo, è semplice, quasi dimesso.

Niente a che fare con il ponte Flaminio, subito dopo dandogli le spalle, bianco di aquile e lupe che ne dichiarano la relativamente giovane età.

Nati rispettivamente nel 1938 e quattrocento anni prima di Cristo, i due ponti si fronteggiano con l’unico scopo di far passare la via Flaminia e la via Cassia Veientana.

Se dovessimo fare un film con la storia del Ponte Milvio, la prima scena lo vedrebbe tutto di legno, a far passare nel IV secolo a.C. i Romani che andavano e tornavano da Veio, appena conquistata.

E dato che non abbiamo immagini di come era, dovremmo cercare di attrarre l’attenzione dello spettatore con un bel flashback: la storia di Veio, nata nel nono secolo a.C. ed acerrima nemica di Roma, più giovane di lei di duecento anni.

Veio era una città etrusca.

Si trovava a circa 15 chilometri da Roma – una distanza seria a quell’epoca – ed era, secondo Tito Livio, una città bellissima.

Grande quanto Atene, e potentissima, come avrebbe aggiunto, all’epoca di Augusto, lo storico Dionigi d’Alicarnasso.

Veio e Roma si scontrarono periodicamente e quasi ininterrottamente, per motivi connessi allo sfruttamento del fiume, fino al 396 a.C.

Quell’anno infatti Roma, sotto la guida di Marco Furio Camillo, conquistò definitivamente la città etrusca.

La quale però dovette entrare nel cuore dei Romani quasi immediatamente, se dieci anni dopo la sua conquista, ci fu chi pensò di spostare tutta Roma proprio a Veio, in dipendenza dell’invasione subìta ad opera dei Galli Senoni.

Lasciamo Veio, per guardare la seconda scena del film sul Ponte Milvio.

Siamo nel 207 a.C. e il ponte, nato ad opera sembra di un tale Molvius – da cui il nome – è percorso da donne, uomini e bambini…

E’ un precipitarsi di gente di ogni età proprio sul ponte, una colonna compatta e vociante che vuole sapere i particolari della vittoria sul Metauro contro i Cartaginesi, e della morte di Asdrubale, il fratello di Annibale.

Ecco, la guerra contro Cartagine comincia a volgere a favore di Roma, dopo che Annibale aveva varcato le Alpi a dorso degli elefanti…

Il popolo è in festa, e dal Ponte Milvio torna verso il Foro accompagnando i portatori della bella notizia.

Così racconta Tito Livio.

Per la fine di quella che noi chiamiamo seconda guerra punica, però, occorrerà attendere ancora cinque anni.

Passa, il tempo.

Il Ponte Milvio continua a fare il suo dovere, ma ormai è vecchio: siamo nel 100 a.C., ed il censore Marco Emilio Scauro si incarica di rifare il ponte, in muratura.

Arriviamo, così, alla terza scena: quella in cui il ponte Milvio vede, in una notte del dicembre del 63 a.C., un manipolo di uomini che parlano concitati tra loro.

Sono alcuni rappresentanti del popolo degli Allobrogi, proveniente dalla Gallia.

Con loro, ha cercato alleanza Lucio Sergio Catilina, un senatore poco amato dal Senato e forse desideroso di sovvertirlo.

Gli altri, sono uomini che eseguono gli ordini di un oratore molto famoso…

E’ Marco Tullio Cicerone, che, legato come era alle tradizioni repubblicane di Roma, di Catilina non poteva che essere acerrimo nemico.

Dal Campidoglio infatti, portata dal vento, si sente l’eco della voce di Cicerone: Quousque tandem abutere, Catilina, patientia nostra? – fino a quando, Catilina, abuserai della nostra pazienza?

Gli uomini si allontanano nel buio, mentre tra loro scende il silenzio.

Dopo di loro, anche lE figure di Catilina e di Cicerone svaniscono nella nebbia invernale sul fiume.

Difficile, anzi quasi inutile, cercare di capire se Catilina fu vittima di un’opera diffamatoria portata avanti con pervicace violenza da Cicerone e dai suoi, o veramente un pericoloso rivoluzionario…

Il Ponte Milvio li lascia passare, e chissà, lui, cosa ne pensa…

Si arriva così alla scena madre, quella che ha consegnato il Ponte Milvio alla memoria di tutti noi: la ben nota visione che Costantino imperatore disse di avere avuto, mentre attendeva la battaglia contro Massenzio suo cognato.

E’ mattina presto, la battaglia sta per cominciare.

Come ogni condottiero in quella situazione, Costantino non dorme.

Si prepara, immagina le strategie, conta i suoi uomini, quelli di Massenzio.

E nella prima luce dell’alba, sul Ponte ancora silenzioso e tranquillo, gli appaiono due nuvole in forma della lettera greca “chi”: una croce, o forse, per lui più facilmente comprensibile, l’iniziale del nome di Cristo.

Mentre osserva la visione, Costantino viene raggiunto da una voce: “con questo segno, vincerai”, in hoc signo vinces.

Almeno così racconta di avere ascoltato dallo stesso imperatore il suo biografo ufficile, Eusebio.

In realtà si sa poco di quel che accadde in realtà, anche quanto ad insegne elevate dalle truppe di Costantino.

Quel che è certo, è che Massenzio ed il suo esercito furono fermati proprio sul Ponte Milvio;

che Massenzio affogò nel fiume sotto gli occhi silenziosi del Ponte Milvio;

e che a partire da allora Costantino radicò la sua politica di apertura verso i cristiani e la loro istituzione, la chiesa.

Il Ponte si chiamava ancora Milvio quando, nel 799, un nuovo corteo lo attraversò, trionfante.

Era Carlo Magno con la sua corte, e stava entrando a Roma dove, il 25 dicembre dell’anno 800, il papa Leone III lo avrebbe incoronato imperatore.

Nè il Ponte Milvio, né nessun altro nel mondo occidentale, aveva più sentito dare quel titolo a nessuno dal 476,

ossia da quando Romolo Augusto, un ragazzetto di quattordici anni messo a fare l’imperatore da suo padre, era stato deposto da Odoacre, re dei barbari Eruli.

Il film sul Ponte Milvio potrebbe finire qui. Non la sua storia, però.

Come in quelle scene che si vedono a volte dopo i titoli di coda, dobbiamo vedere ancora alcune immagini del nostro Ponte.

Come quella del 1429, quando il papa Ottone Colonna, Martino V, chiama un proprio compaesano, Francesco, (entrambi erano nati a Genazzano – nulla di nuovo sotto il sole!) a restaurare il ponte.

Ed è proprio Francesco da Genazzano, parrebbe, a sbagliare il nome del ponte e a chiamarlo pons Mollinus: di qui, deriverebbe il nome Ponte Mollo.

Secondo altri “si dice” invece, il Ponte prese il nome di “Mollo” perché “molleggiava” – forse: oscillava?

o perché dovette essere restaurato spesso,

o infine, perché nelle piene del Tevere, in quanto antico e piuttosto basso, era il primo ad essere sommerso, ossia, appunto ad andare a mollo.

Di cambi, nella sua struttura il ponte Milvio ne ha visti ancora di più che nel suo nome – in linea con la sua importanza come entrata in città.

Nel 27 a.C. risulta ornato, in onore di Augusto, di un arco del quale però non resta traccia.

Ai tempi di Aureliano (verso cioé la fine del 200 d.C.) il Ponte si arricchì di una torre di guardia;

la stessa che nel VI secolo Belisario il generale di Giustiniano, che voleva impedire l’entrata dei Goti, provvedette a rinforzare.

Nel 1458 il Ponte Milvio vide eliminate anche le ultime parti in legno ed abbattuta una fortificazione medievale, chiamata Tripizzone;

e nel 1805 toccò a Giuseppe Valadier l’incarico di modificare la sua torre in modo da renderla meno aggressiva, e più simile ad un ingresso.

Ed oggi?

Ai tempi nostri il Ponte Milvio, o Ponte Mollo, ha vissuto una stagione di romanticismo, ed è diventato

“il ponte degli innamorati”.

che attaccavano un lucchetto ai suoi lampioni per poi buttare la chiave nel fiume, a suggello della promessa di amore eterno.

L’idea nasce da “Ho voglia di te”, un film di Fabio Volo.

La sua romantica imitazione ha avuto fine nel 2012, per il divieto di appendere i lucchetti che ormai erano talmente numerosi da mettere i lampioni del Ponte a rischio di deformazione e caduta.

Io non l’ho visto, ma sembra che ora sia la fontana di Trevi ad accogliere le chiavi del cuore, e dei lucchetti, degli innamorati.

giovannavernarecci

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