Il “Quartiere” Coppedè

Il “Quartiere” Coppedè

A 12 fermate di autobus da Termini, il “quartiere” Coppedè: un luogo dal fascino strano… a due passi dal Piper e dal Bar Tortuga cantato da Venditti

Arrivo con il 92, dopo averlo preso al capolinea di Termini, passando davanti l’insegna rossa del

Piper

– non più grande o vistosa di quella di un bar del centro – e lanciando uno sguardo dalla parte opposta devo rendermi conto che

la Fontana delle Rane del Quartiere Coppedè

è coperta per tre quarti da una brutta paratia in legno: sono i lavori di restauro, che lasciano solo intravedere la fontana che la Repubblica del 12 settembre di questo 2019 ha descritto così:

All’inizio la chiamavano “il laghetto” e c’erano anche due lampioni e panchine, poi scomparsi, a completare lo scenario. Il resto è un piccolo miracolo estetico in travertino e malta, con quattro mascheroni e soprattutto le rane che gettano zampilli d’acqua nella vasca. Poi le sculture, le coppie di figure maschili inginocchiate con reti da pescatori, che sorreggono grandi conchiglie, ancora una rana e in cima perfino un’ape che beve l’Acqua Marcia che alimenta la fontana con tanti giochi d’acqua“.

Sarà.

Al momento, guardando in punta di piedi la fontana nascosta dal ventaglio di compensato,

mi viene solo da pensare come accidenti avranno fatto i Beatles a “fare il bagno” nella fontana delle rane, dopo una serata al Piper…

Talentuoso ed eclettico fiorentino diplomatosi alla fine del 1800 in disegno architettonico, Gino Coppedè era stato attivo, tra l’altro, anche a Genova, prima di impegnarsi nel complesso di palazzi che prende il suo nome.

E’ scoprendolo che all’improvviso mi ricordo di avere provato, fin da piccola, la stessa impressione di stupore divertito che si sente quando si guarda un bambino che gioca senza che possiamo capire qual è il gioco

passando sotto lo strano castello MacKenzie in cima a via Assarotti nel vecchio e nobile quartiere di Castelletto.

Che, poi, è la stessa impressione che mi ha accompagnato a quando, a Barcellona, ho potuto vedere i palazzi di Antoni Gaudì

Non a caso, Coppedè fu detto, appunto, il Gaudì italiano.

Strano lo è proprio, questo mini quartiere costituito da meno di venti edifici inseriti nel tranquillo quartiere Trieste.

Dall’entrata da via Tagliamento che sembra quella di una vecchia casa aristocratica…

…alla villa che dichiara la bellezza di Firenze…

…al palazzo con il ragno che sembra ti debba cadere addosso da un momento all’altro…

… alla fantasiosa entrata dell’Ambasciata del Marocco…

… all’androne un pò sinistro di uno dei palazzi su piazza Mincio…

… per non parlare degli enormi vasi sulle colonne che sembra che se viene il vento è meglio non esserci sotto.

Lo lascio, il Quartiere Coppedè, pensando che no, non mi piacerebbe abitarci.

Come rientrare tranquilla la sera, magari cercando le chiavi nella borsa per le solite due ore, con quegli animali strani che ti guardano da ogni sottotetto?

Così, lasciati alle spalle Coppedè e il Piper ovviamente chiuso (è il primo pomeriggio), mi faccio guidare da Google fino al Liceo Classico Giulio Cesare

e ovviamente prendo un caffé al

Bar Tortuga

davanti al quale un Venditti adolescente veniva preso in giro dai compagni di scuola più grandi.

Dentro sono simpatici, ed il bar è piacevole.

Pentendomene nei cinque minuti che impiego per arrivare alla fermata del bus, non risco a trovare il coraggio di chiedere ai ragazzi gentilissimi che ci lavorano se qualche volta

Antonello Venditti

ci torna, al Tortuga…

giovannavernarecci

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