Mr. Holliday, e Mr. Bilotti, in Rome

Mr. Holliday, e Mr. Bilotti, in Rome

Un’ora e mezza in compagnia di semplicità, complicazione, i quadri di Frank Holliday e quelli di Carlo Bilotti, nella cornice dell’Aranciera a Villa Borghese.

Per una di quelle strane “premonizioni” che a volte capitano…

(mio figlio architetto le chiama spurious correlations, ed in effetti io ne sono maestra e loro lo sono: relazioni che legano tra loro fenomeni in realtà completamente indipendenti…)

… mentre decidevo di andare in visita al Museo Bilotti in Villa Borghese col computer in spalla e gli ormai abituali 30 gradi dell’ora di pranzo…

quel che continuava a venirmi in mente era la frase del matematico John von Neumann sulla semplicità.

If people do not believe that mathematics is simple, it is only because they do not realize how complicated life is:

se la gente non crede che la matematica è semplice, è solo perché non si rende conto di quanto è complicata la vita.

Non c’è nulla di semplice in questi quadri, e a sentire l’intervista registrata che apre il percorso della mostra, neppure tanto nella vita e nel pensiero di

Frank Holliday…

…che tranquillamente ti accoglie annunciandoti che

“Dipingere è una malattia o una maledizione”…

Eppure a me questi quadri sono sembrati, semplicemente, belli: piacevoli da vedere e da cercare di ascoltare.

Ed anche se non sono in grado di capire l’eco dei grandi pittori del passato cui Holliday dichiara di essersi ispirato, in qualche modo capisco che è vero: questi quadri potevano essere dipinti solo qui, a Roma.

Perché i loro colori sono quelli che mi aspettano, quando lascerò il Museo e tornerò verso casa.

E nello stesso modo non è semplice mettersi nei panni di Mr. Carlo Bilotti

imprenditore di successo e appassionato d’arte che si è potuto permettere di vivere “gli ultimi decenni della propria vita tra Palm Beach, New York e Roma”.

Ma il suo parlare misurato e la sua immagine, nell’intervista trasmessa al piano superiore del Museo, te lo fanno ritrovare come

uno che, con semplicità priva di qualsiasi forma di arroganza, accenna alla tragedia della morte di sua figlia – qui al museo presente con sua madre nel bellissimo ritratto di Andy Warhol

e poi ti dice che ha voluto condividere le cose belle che ha posseduto, e pertanto ha donato alla città di Roma (tra l’altro) i suoi quadri di

Giorgio de Chirico,

in modo che “restassero insieme”

– e dando loro, così, un’anima che mi sembra di poter toccare, quando li trovo nella stanza da cui si dichiarano, semplicemente, i padroni di casa.

E, a proposito di semplicità più o meno complicate…

Subito a sinistra della bouganville (venendo da Piazzale Flaminio), sul viale intitolato a Fiorello La Guardia (sindaco di New York dal 1934 al 1945) si apre

l’Arancera,

sede appunto del Museo Bilotti.

Era stata, all’epoca della nascita di Villa Borghese, la residenza di una nobile famiglia; alla fine del 1700 Marcantonio IV Borghese la fece riccamente decorare e la chiamò “Casino dei Giuochi d’Acqua”, facendone la splendida sede di feste ed eventi mondani sfavillanti.

Neanche cinquant’anni dopo, le battaglie per la fine della Repubblica Romana ridussero l’edificio a poco più di un rudere; ricostruito in modo decisamente meno decorativo, venne dedicato appunto alla protezione invernale dei vasi degli agrumi.

Dall’inizio del 1900 diventò sede di uffici e di abitazioni, poi ospitò un istituto religioso ed alla fine del 1980 diventò sede di uffici comunali.

E finalmente, nel 2006, la storia tutt’altro che semplice dell’Arancera trova il suo lieto fine: nasce il Museo Carlo Bilotti.

Solo quest’ultima modificazione permette di ricostruire la sua storia e di riportare alla luce alcuni ambienti prima rimasti nascosti.

Dopo una visita di poco più di un’ora, resa ancor più piacevole dalle premurose attenzioni del personale gentilissimo, riemergo da quel mondo semplicemente complicato ritrovandomi sotto l’ingresso monumentale stile egizio che divide la statua di Victor Hugo da quella del generale José Artigas (“prócer” ossia grand’uomo “de la indipendencia del Uruguay”).

Ma quanti leoni ci sono, a Villa Borghese?

giovannavernarecci

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