Costanza, Costantino e Leda

Costanza, Costantino e Leda

A Leda piace remare. Una sera, percorrendo il fiume verso il Ponte Mollo, incontra Costanza, che le parla del suo fratellastro Costantino Imperatore.

Leda Descalzi ha piccoli occhi verdi che, generalmente, ama nascondere dietro gli occhiali da sole cerchiati turchese.

Non romana, Leda ama moltissimo Roma, dove ormai vive anche se l’Università privata dove lavorava non ha rinnovato il suo contratto.

Quando può, Leda va a remare.

Ovviamente, sul Tevere: perché, se ama Roma, ancor di più ama il suo fiume.

E quando finalmente davvero non si sentono più voci, né rumori oltre a quello dell’acqua rotta dai remi che appena cigolano sugli scalmi, Leda respira profondo (anche se spesso il fiume non è esattamente profumato, purtroppo).

E lascia che il pensiero vada dove vuole.

Sul Tevere verso Ponte Mollo Flavia Giulia Costanza Costantino e Leda
Una sera – sul fiume non c’era quasi più nessuno dopo un giorno bastonato dal caldo – sull’argine comparve improvviso un piccolo gregge di pecore.

Stavano sul falsopiano e guardavano Leda con le loro pupille orizzontali, disinteressate e come se il solo scopo per cui erano là fosse farsi vedere da lei.

Affascinata dallo scambio sbilenco di sguardi, Leda abbassò nelle acque il remo in verticale, e si fermò.

Sul Tevere verso Ponte Mollo Flavia Giulia Costanza Costantino e Leda
Dietro il gregge ancora immobile, dove il suo sguardo non poteva arrivare, vide una donna.

Sottile, in controluce, camminava lenta e stanca – come fosse stanca perfino di essere stanca e di essere triste; e intanto si guardava in giro come se ad ogni passo incontrasse fantasmi.

E spesso, spessissimo, la donna alzava lo sguardo verso il Ponte Milvio – quello che i romani chiamano Ponte Mollo.

Sul Tevere verso Ponte Mollo Flavia Giulia Costanza Costantino e Leda
“Dove vai?” chiese Leda.
“Al ponte”.

La donna rispose con voce ferma, chiara, ad avvertire chiunque avesse anche solo pensato di cercare di impedirglielo che non era cosa .

“Tutto è cominciato là” proseguì, tesa.

“Lui, mio fratello, stava preparandosi a una sfida, una delle tante, quando sul ponte vide qualcosa: un segno, una specie di presentimento.

Vinse, dice lui, seguendolo. E continuò a vincere, fino ad ora che è morto, e molti dicono di lui che è addirittura un santo”.

Leda ascoltava, in silenzio.

La donna parlava come tra sé e sé, e solo a volte le rivolgeva lo sguardo, forse per assicurarsi che la sua interlocutrice non smettese di seguire il filo di quei pensieri.

“Lui è un uomo potente, e sa comandare.

Anche se di nascosto – temendone la vendetta se lui venisse a saperlo – i suoi nemici lo chiamano Er Lumaca: perché è viscido – fin da ragazzo in effetti lo è sempre stato – ed ha grandi occhi un pò sporgenti

Invece, tre quelli della sua banda lo chiamavano, senza articolo per non diminuirne l’importanza, Imperatore”. 

Leda cominciava a capire.

La storia le era nota, d’altronde.

Costantino, colui che i suoi nemici di nascosto chiamavano Er Lumaca, aveva avuto un giorno quella che fin da subito gli era sembrata un’ottima idea: costringere la propria sorellastra, la figlia del suo stesso padre ma di diversa madre, a sposare un suo socio – quello più vicino, quello pertanto più pericoloso, quello che prima o poi avrebbe dovuto essere eliminato.

“Perché non ti sei ribellata?”

chiese Leda alla donna che ora guardava in silenzio l’erba verde sotto i suoi piedi, e che reagì alla domanda come se fosse stata colpita da una coltellata.

“Ribellarmi? Io, una donna, a lui, imperatore?

“Feci buon viso a cattivo gioco, piuttosto. Sposai quell’uomo, mi abituai a volergli bene, e gli diedi perfino un figlio, il nostro”.

Ma dopo poco, la fragile pace venne meno. I due uomini litigarono, si sfidarono.

E il fratellastro di Costanza vinse la sfida: ancora una volta, una volta di più.

Poi, magnanimo, invitò lo sconfitto ad andarsene da Roma, insieme con la sua famiglia.

E quando la situazione parve abbastanza tranquilla, mandò qualcuno dei suoi a far sparire prima suo cognato, poi suo nipote.

Sul Tevere verso Ponte Mollo Flavia Giulia Costanza Costantino e Leda

Ormai vedova e resa sterile per sempre, Costanza tornò a Roma.

Allora ancora una volta er Lumaca si vestì da Imperatore, e l’accolse: come si accoglie una sorella e non la moglie del nemico da poco ucciso.

Diceva che era stato il presentimento avuto anni prima sul Ponte Mollo ad avergli cambiato la coscienza.

Diceva che voleva essere perdonato, per tutto ciò che di male aveva fatto .

Costanza non gli aveva creduto – il sangue dei suoi che aveva visto versare glielo impediva – ma aveva fatto finta.

Così, rimase a Roma.

E qualche volta, quando non c’era quasi più neppure un essere umano intorno, andava a guardare il ponte, dal quale, forse, tutto era cominciato.

Sul Tevere verso Ponte Mollo Flavia Giulia Costanza Costantino e Leda
Il Ponte Mollo

“Cosa cerchi, qui, Costanza?” chiese Leda dopo qualche minuto di silenzio.

La donna sembrò decisa a non rispondere.

Volse le spalle e già si allontanava, quando di colpo si fermò, guardò Leda con sguardo duro di sfida e scandì:

“Il segno. Voglio vedere anche io il segno”

“Forse così capirò. Forse così conoscerò il motivo per cui ho dovuto sopravvivere a mio figlio, oltre che a mio marito”.

Leda abbassò gli occhi sull’acqua, sotto il peso del dolore e della rabbia con cui quelle parole avevano bruciato l’aria.

Quando li rialzò, Flavia Giulia Costanza era scomparsa.

Leda rimase sola con il fiume, che cantava sempre più piano – consapevole, lui, e da sempre, che davanti a ciò che non si può capire bisogna solo rimanere in silenzio.

giovannavernarecci

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