Figlia di tanto padre

Figlia di tanto padre

“Io non posso prendere le distanze da mio padre, perché mio padre ai miei occhi era un’altra persona, non è il mostro che vedete voi …

Non lo so se era uno stinco di santo, non lo devo giudicare io, sarà il Signore a giudicarlo. L’ha già giudicato del resto, è morto … Se non era uno stinco di santo sarà all’inferno, se lo era starà in paradiso. Non lo so dove sarà. Per me è stato un buon padre” (Maria Concetta Riina, Intervista del 9/12/2017)

Neanche io posso, o voglio, giudicarlo, mio padre.

Mi avete detto che viene considerato, da molti di voi, come un santo, perché si dice che fu il primo imperatore romano a convertirsi al Cristianesimo.

Mentre altri lo descrivono come un opportunista, ambizioso e sanguinario.  

So che il padre di questa donna, di cui mi avete riportato le parole, era un delinquente (un mafioso, mi avete detto) e certo mio padre fu tutt’altro.

Ma so anche che sui personaggi del passato, remoto o prossimo che sia, spesso si combattono battaglie che sono solo una guerra fra bande.

Voi posteri, infatti, siete strani: non vi bastano cinquanta sfumature di grigio per descrivere voi stessi ed il vostro presente, e invece, quando guardate il passato, sembra che siate tifosi ad un derby: o bianco, o nero – o molto buono o molto cattivo.

Su Costantino mio padre sono state scritte moltissime pagine: molto buono o molto cattivo, appunto.

D’altronde era così anche quando era in vita: alcuni erano ben felici di riconoscerlo come il loro imperatore, quello che li proteggeva e si occupava della cosa pubblica per loro; altri, invece, lo chiamavano (quando lui non c’era, ovviamente) Trachala, lumaca – per via dei suoi occhi grandi e un po’ sporgenti, e anche per far passare l’idea che era un po’ viscido.

In ogni caso, io gli volevo bene, a mio padre.

Nacqui quando lui aveva 44 anni, dalla sua seconda moglie, mia madre Fausta che di anni, allora, ne aveva 28.

Non credo che si sia mai sentito inadeguato di fronte ad una moglie così più giovane di lui.

E d’altronde neppure credo sia mai stato amore quel che li legava …

e neppure quell’attrazione fugace e prepotente, degna più del nome di violenta sete di possesso, che aveva imbestialito il nonno Costanzo quando mise incinta di mio padre la nonna Elena, nella stalla buia dove lei lavorava, tra il brontolare innervosito dei cavalli – spaventati, anche se certo sempre meno di quanto doveva esserlo la nonna.  

Era un lavoro, per mio padre, essere sposato a mia madre;

e per lei era un lavoro essere sposata con lui: quel che li univa veramente, d’altronde, era mio nonno Massimiano, il padre di mamma.

Potente, fiero di se stesso per dove era arrivato, anche se era nato in una famiglia umile, ed aveva cominciato come soldato sotto Diocleziano cui fu sempre fedele collaboratore al punto di condividerne il massimo titolo sull’impero – così mi dicono che fosse il nonno Massimiano.

Con un uomo così, ed in quel periodo sconquassato dal tentativo di porre in concreto l’idea di Diocleziano (ossia: separare definitivamente l’Oriente dall’Occidente mettendo a ed a capo di ciascuno un “Augusto” e sotto di lui un “Cesare”), mio padre – nato da una “distrazione” poco onorevole con una ragazza povera – poteva trovarsi un po’ di spazio sulla scena solo con questo suo matrimonio capace di coinvolgere i personaggi più in voga del momento.

Quanto a mia madre…

mah, lei era giovane;

ma certo sapeva bene che la sua esistenza, per gli uomini (compresi quelli del suo sangue) era giustificata solo dal fatto che era possibile darla in sposa a qualcuno che non aveva mai visto o quasi, al solo scopo di permettere ai “grandi” di continuare i loro progetti e le loro strategie.

Nello stesso modo, anni dopo, sarebbe successo a me ed in generale a tutte le figlie femmine dei re e dei potenti.

Io, non lo conobbi mai, nonno Massimiano.

Anzi: non li conobbi mai.

Nessuno.

Mio nonno Costanzo, perché morì prima che nascessi – credo, di morte più o meno naturale. Mio nonno Massimiano, perché si suicidò, su richiesta di mio padre, e io non ero ancora nata.

Crispo, il mio fratellastro, perché scomparve che io non avevo neppure dieci anni; e mia madre, perché morì subito dopo di lui.

Solo la nonna Elena mi rimase, fino ai miei dodici anni. E mia sorella, Elena anche lei. E lui, mio padre.

Vivevo con loro, certo.

Ma da qui a dire che li conoscevo, questi parenti rimastimi, il passo è davvero troppo lungo: ne vedevo sempre la versione ufficiale, quella da far vedere al popolo, quella imperiale, e per questo non posso dirvi molto di più di quel che sapete già.

Di mio padre, comunque, mi è sempre piaciuto come comandava.

Mi piaceva la sua sicurezza, quella sensazione che ti dava che, finché ti proteggeva, non ti sarebbe successo nulla di male. Certo, era facile uscire dalla cerchia dei suoi amici. Ed estremamente pericoloso.

Ma a me, non torse mai un capello.

Per me è stato un buon padre.

E mi lasciò fare tante volte.

Come quando gli chiesi di regalarmi un tempio cristiano.

Perché a me i cristiani piacevano più dei pagani. Mio padre diceva che erano molto ben organizzati, e molto testardi. Come lui.

Non valeva la pena, diceva il babbo, di perseguitarli: loro non cambiavano idea, e alla fine ci facevano una figura più bella di quelli che li volevano uccidere.

Piuttosto, valeva la pena di farsi aiutare da loro.

Certo, anche i cristiani avevano qualche problema, al loro interno.

Litigavano per cose un po’ astruse: molti di loro erano convintissimi che Gesù fosse Dio; altri, come mio padre – e mia madre, e i miei fratelli, ed anche io – erano convinti che Gesù fosse stato diverso dal Padre, un altro Dio creato dal primo e diverso da lui. Così insegnava il monaco Ario e così credevamo tutti noi, in famiglia.

Quando la lite tra i cristiani divenne pericolosa perché talmente profonda da mettere in forse la loro organizzazione, il babbo riunì tutti i loro capi in una specie di congresso, e li lasciò liberi di parlare fra loro fino a decidere.

Non gli importava in che modo.

Penso anzi che non provasse alcun vero interesse per l’argomento: per certo, quel che per lui era importante, sostanziale, era che tutti, ma proprio tutti, capissero per bene che quella riunione era avvenuta solo perché era stato l’imperatore ad averla convocata.

Così tutti, cristiani compresi, avrebbero riconosciuto il suo potere.

In fondo, era questa quasi la conclusione di uno scambio.

Mio padre aveva infatti ufficialmente riconosciuto il potere del Dio dei cristiani – che essendo nei cieli non era un avversario pericoloso – quando aveva combattuto la battaglia finale contro mio zio Massenzio (anche lui figlio di nonno Massimiano) e prima di affrontare le truppe nemiche aveva fatto dipingere sugli scudi dei suoi soldati il simbolo, appunto, dei cristiani.

Il babbo disse sempre, da quel momento in poi, che era stato lo stesso Dio dei cristiani a fargli venire quell’idea

– ed evidentemente fu un’ispirazione davvero felice, perché il babbo, allo zio, lo sconfisse definitivamente proprio quella volta, su quel ponte, e con i suoi soldati con gli scudi dipinti di fresco.

Comunque, per quel che riguarda me, i cristiani mi erano sembrati brava gente.

E poi, erano sempre così entusiasti che qualcuno si facesse convincere dalle loro parole…

Ricordo che una volta io presi una gran febbre e sembrava che dovessi morirne; ed alcuni di loro mi dissero di rivolgermi in preghiera ad Agnese, una ragazza che era stata uccisa per la sua fede in Gesù.

Così feci; e quando guarii, decisi di ringraziarla, la memoria di quella ragazza, e così pensai a costruirle un tempio, o una chiesa, come la chiamavano i cristiani.

E lui, il babbo, cercò nelle nostre proprietà un pezzo di terra fuori le mura:

perché il centro della città era in mano ai pagani che stavano tutto il giorno a vedere come accusare mio padre di alto tradimento ai valori di Roma antica, e se avesse costruito la mia chiesa per la ragazza cristiana dentro le mura gli si sarebbero rivoltati contro.

Così, fuori le mura, certo: ma il tempio nacque, anche se ormai il babbo non c’era più.

Dopo la sua morte, e dopo che anche Annibaliano, il marito che mi aveva dato fu ucciso colpevole di troppa lealtà verso suo suocero, io sposai di nuovo: non avevo altro modo per trovare qualcuno che mi proteggesse.

So che voi posteri dite che Costanzo Gallo, il mio secondo marito, diventò ben presto un tiranno crudele.

E so anche che qualcuno pensa che il mio matrimonio fu voluto da mio fratello Costanzo per allontanarmi da Roma, dato che io, come il babbo, non mi fermavo facilmente se decidevo di volere ottenere qualcosa, e anche per me, come per tutti, la vita dei nemici valeva poco quando avevo capito che erano tali.

Può essere. Tutto può essere.

Ma voi sapete troppo poco di quel che accadde veramente, di come si viveva veramente, per potervi permettere il lusso di giudicarci.

Scegliete il racconto che vi piace di più, guardate le cose belle che abbiamo fatto.

E lasciateci in pace.

giovannavernarecci

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