Publio Ovidio Nasone: perché in “esilio”?

Publio Ovidio Nasone: perché in “esilio”?

Come promesso, qualche ipotesi sul motivo dell’esilio che venne decretato da Augusto contro Publio Ovidio Nasone, il poeta dell’Ars Amatoria.

Non credo che Ovidio avesse intenzione alcuna di morire – anzi semmai quella di sopravvivere alla propria morte come chiunque fa testamento – quando, dalla lontana Scizia (oggi Romania) dettò a sua moglie (la terza) le parole del proprio epitaffio:

Io qui che giaccio cantore di teneri amori – il poeta Nasone perii per il mio genio. – Ma a te che passi, chiunque tu sia che hai amato, – non rincresca dire: dolce riposo abbiano le ossa di Nasone

Tristia, L. III, traduzione in http://www.progettovidio.it
Locandina mostra su Ovidio 209
La locandina della mostra in occasione del bimillenario della morte di Ovidio

Cosa stava pagando, Publio Ovidio Nasone, con quel suo allontanamento dalla città che tanto amava?

Sul tema non c’è una parola definitiva, né può esserci: perché

il poeta fu “spedito” ai confini dell’Impero

non a seguito di un processo – che gli avrebbe consentito almeno di conoscere di cosa era accusato – ma

con un decreto dello stesso Augusto

l’imperatore della Pax Romana.

Dunque il motivo, quale che esso sia stato, va ricercato almeno con le ipotesi nel rapporto tra l’Imperatore ed il poeta.

Ma: nel rapporto personale?

O in quello – ben più pericoloso – del confronto delle idee?

Appunto, non è dato saperlo, per certo.

Ma, di nuovo appunto, è dato ipotizzare.

Che è quello che fa lo stesso Nasone:

quando, sempre nei Tristia, scrive che

Due crimini mi hanno perduto, un carme e un errore: di questo debbo tacere quale è stata la colpa.»

Tristia II, 1, v.207ss
Publio Ovidio Nasone

Ma quali?

Quanto al “carme”, il verso poetico, che gli creò tanti problemi, è abbastanza generale la sua individuazione in un passo dell’Ars Amatoria (già il titolo era pericoloso), nel quale leggiamo

“Come prima hanno fatto i giovani maschi, ora voi, ragazze, mia schiera, scrivete sulle spoglie da voi conquistate: Ovidio è stato il mio maestro”.

Ars Amatoria, III, 811-812

Insomma, Nasone non si accontentava più di essere il maestro dei “giovani maschi” dedicati alle conquiste più o meno amorose, ma si immaginava di poter distribuire i propri insegnamenti anche alle giovani donne interessate a medesime, speculari, attività.

Ora, sappiamo tutti che non è mai saggio leggere il passato come se fosse il presente, almeno così la penso io.

Però qualche paragone si può non dico fare, ma almeno ipotizzare: perché le circostanze cambiano, gli esseri umani e il loro modo di reagire alle circostanze non molto.

E dunque immaginiamo che Publio Ovidio Nasone fosse diventato ciò che oggi sarebbe un influencer:

giunto a notorietà per la sua grandiosa vena artistica di poeta

(tempi beati: oggi il percorso è spesso esattamente contrario e nel cambio la letteratura non ci ha certo guadagnato)

aveva molti, davvero molti, followers.

Così si sente libero di dire quel che pensa, o forse che sta ipotizzando.

Non si occupa di politica se non in maniera molto sottile – in teoria quindi non ha nemici, ed al contrario molti e molte lo amano.

Così commette l’errore che tutti noi conosciamo: si sente protetto dagli amici e provocatoriamente esprime quel che pensa.

Madornale errore (ve lo ricordate, Schwarzenegger in Last Action Hero?)

Antesignano – chissà se consapevole – della teoria delle pari opportunità,

il poveretto (forse un pò piacione) osa dire alle donne romane dei suoi tempi che anche loro possono imparare a conquistare – ossia: a non essere solo conquistate.

Considerato come vanno le cose oggi, nel 2020 intendo, direi che

l’idea dell’uguaglianza concreta tra generi era buona,

ma ben lontana dall’essere effettivamente realizzabile.

E accettabile.

Augusto aveva d’altronde inaugurato (meglio detto, forse: ri-inaugurato, perché il concetto è ben più antico) l’era della pace portata e mantenuta dalla moralizzazione della società.

Publio Ovidio Nasone non doveva essergli simpatico.

Tuttavia il carme, da solo, non sarebbe stato sufficiente

o almeno così a me e forse anche a Publio Ovidio Nasone piace di più pensarla così: perché

essere costretti a morire lontani da casa per motivi di pensiero

è così lontano dall’idea di apertura mentale che (ma è solo un mio parere) giustifica la nostra autocomprensione come esseri non solo animali, che preferiamo corroborarla con qualcosa di più tangibile.

Ossia l’error, lo sbaglio.

Sul quale il poeta tace, e dunque i posteri si sono sbizzarriti.

Sul tema, ho davvero letto ogni possibile suggerimento.

Dal fatto che Nasone potesse avere partecipato ad una

congiura contro Augusto

all’ipotesi di una sua

relazione con Giulia

la vivace figlia di Ottaviano;

o addirittura con Livia

la potente moglie dell’Imperatore.

Dalla tesi, specularmente opposta alla precedente, che Livia fosse in collera con Nasone perché questi non corrispondeva più i suoi sentimenti più o meno amorosi;

a quella, in perfetto stile neonegazionista (un pò come quella della terra che sarebbe piatta), che in realtà Nasone sia

morto a Roma

(o magari sia su qualche pianeta con Elvis Presley ed Andy Warhol – questa è una mia battuta, però!)

e si sia inventato Lettere dal Ponto e Tristia per farsi pubblicità.

E l’interessato, cosa dice?

Nulla, o poco più: sostiene infatti che se desse maggiori informazioni potrebbe irritare ancora di più il divino Augusto, in quanto renderebbe pubblico qualcosa che invece è meglio resti nascosto.

Ma se proprio dobbiamo cercare di capire tra le righe di quel che egli scrive, sembrerebbe che il nostro si sia

macchiato di un sacrilegio,

entrando indesiderato nella zona del tempietto di Vesta che Augusto si era fatto costruire in casa e

vedendo, almeno nel riflesso, una vestale
La Vestale del Museo Palatino
La vestale del Museo Palatino
Foto di Bruno Angeli

cosa, questa che invece era concessa solo che solo agli Dei, tra cui l’Imperatore.

Insomma, se non possiamo essere certi se si trattò di lesa maestà imperiale, maritale, paterna, religiosa o politica, possiamo però ipotizzare che in esilio Publio Ovidio Nasone morì di

lesa maestà.

Gran brutta malattia, grave e spesso ad esito severo, specie in tempi di paura.

E, secondo quel che dice Cassio Dione, quelli in cui il guaio di Publio Ovidio Nasone si fece davvero serio erano tempi pericolosi:

difficoltà nell’approvvigionamento granario di Roma intorno al 5 d. C., una serie di incendi a Roma l’anno dopo, l’imposizione di nuove tasse (tra cui quella, odiatissima, sull’eredità) ed il conseguente “calo dei consensi” verso l’imperatore.

Nella storia di Publio Ovidio Nasone e una volta tanto, forse, il buon vecchio “cherchez la femme!” non vale.

Non da solo, almeno.

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Publio Ovidio Nasone: percjé in esilio?
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