Voglia di andare via

Voglia di andare via

Una sera vedendo Chi l’ha visto?… familiari sinceramente preoccupati ed un anziano andato via da casa senza dire nulla della sua destinazione. Si temeva che fosse da qualche parte disorientato, ed in pericolo perché non aveva preso con sé le sue medicine. E se invece fosse stata solo voglia di andare via per sentirsi, ancora, vivo?

Dicono di me, che forse ora sono da qualche parte, disorientato.

Hanno messo la mia foto nel computer e l’hanno fatta vedere dalla televisione. Hanno detto che sono buono e che non farei male a nessuno, e che forse ho preso un treno perché la stazione è vicino a casa.

E che devo prendere delle medicine, sennò starò peggio.

Peggio di come, non so.

Dicono che sono disorientato.

Ma a me non sembra di stare male.

Sì, qualche acciacco – sono ottant’anni passati che cammino da queste parti. E certo, prendo la pillola per la pressione e anche quelle per tenere il sangue fluido – perché una delle cose che mi ha sempre spaventato davvero tanto è che mi venga un ictus e di restare invalido e un peso per tutti gli altri.

Ma stare, sto bene.

E non sono disorientato.

Caso mai, distratto. Quando le cose non mi interessano.

E di cose che mi interessano, ormai, ce ne sono sempre meno.

Sì, certo: nipoti, figli e figlie. Sto bene con loro ma so che loro si aspettano che io non abbia nessun problema, mai.

Non farmi preoccupare, papà: così mi saluta mia figlia, quando rientra in macchina per tornare a casa sua e i ragazzini che già stanno chiedendo: ma quando arriviamo?

Tutto bene, babbo? Mi chiedono i figli maschi, battendomi sempre più leggermente la mano sulla spalla, come se avessero paura di rompermi.

Certo, rispondo: tutto bene, non c’è nulla di cui preoccuparsi.

Vivo e mi curo e rispondo quasi sempre al telefonino.

Così loro possono andare via tranquilli verso la loro giornata di lavoro e di cose – come facevo io, quando loro erano piccoli e io sapevo di essere il loro punto di riferimento, fosse per imitarmi, o per fare il contrario di quel che avevo fatto io.

Ma oggi mi sono accorto che sono un pò stufo di dovermi sempre dire sereno e in gamba, per salvaguardare la serenità degli altri.

Così ho solo deciso di andare a fare un giro. Da solo.

E sono andato alla fermata degli autobus.

E dato che è estate, mi sono fermato a guardare chi arrivava, e chi ripartiva.

La mattina ho visto le mamme con i bambini, arrivate per andare alla spiaggia.

E anche, e molti, ho visto gli stranieri che arrivano dalla periferia per vendere le loro cose: con i loro vestiti di tutti i colori, e i loro cappelli messi uno sull’altro come la torre di Babele, e i loro occhi per parlare perché con le parole è impossibile capirsi.

E poi, a pomeriggio tardo, li ho guardati prendere la strada del loro ritorno.

Tutti: i ragazzini arrossati dal sole, le mamme con la speranza che il giorno stia davvero finendo disegnata nel sorriso un po’ fisso, i venditori con le loro borse enormi  – che mi hanno sempre fatto un po’ spavento, perché una volta, da una di quelle borse, ho visto uscire un ragno davvero grande.

Sono stato contento di vedere facce nuove, di sentire voci nuove.

E sono stato contento anche di ricordare quando ero io a partire.

Per lavoro o per vacanze, e sempre sapendo che a breve sarei tornato.

Allora, la strada che avevo davanti sembrava mi sorridesse, e tutte le persone che incontravo mi facevano pensare che ne avrei avuta ancora tanta, davanti.

Al punto che il senso di colpa per allontanarmi era un filo sottilissimo, anche se forte da esser capace di riportarmi sempre a casa.

Così a un certo punto mi sono ritrovato a pensare che volevo farlo, volevo almeno pensare di poter partire di nuovo.

E sono andato alla stazione, e ho preso un treno, e non ho neppure tanto guardato dove mi sta portando.

Non vorrei far preoccupare nessuno, perché lo so che tornerò, prima o poi: so che prenderò un altro treno e tornerò.

Prima però voglio arrivare a vedere qualcosa di nuovo, che sia un tramonto sul mare, o gli alberi sui monti, o persone nuove a cui dire il mio nome – e se non me lo ricorderò, quando me lo chiederanno, il mio nome… ne dirò un altro.

D’altronde con un nuovo nome potrei quasi avere una nuova vita.

Certo, come quella di tutti: per quel che durerà.

Ma nuova.

giovannavernarecci

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