Due passi per il Rione Pigna

Due passi per il Rione Pigna

    Radio 21 aprile Web presenta il video e l’audio di una passeggiata per il Rione Pigna. Da ascoltare su Spotify, I-Tunes, Spreaker.com e da vedere su Instagram, @quidmeliusroma2019

    Il rione IX di Roma, detto Rione Pigna, è un quadrilatero alle spalle di Largo di Torre Argentina, costeggiato dal Rione Parione, dal Rione Sant’Eustachio, e dal Rione Regola.

    Anche se a fare da testimone alla Roma antica, tra i suoi confini, è rimasto solo

    l’arco della Ciambella

    anch’esso solo in forma di resto,

    ai tempi dell’Impero questa era una zona piena zeppa di siti importanti.

    Era

    parte del Campo Marzio

    allora, e innanzi tutto c’era un tempio importante,

    l’Iseum Campense.

    Iseum è il nome dei templi dedicati ad Iside, e quello che era qui era dedicato non solo a Iside ma anche a Serapide, il suo consorte.

    Quella di

    Serapide

    è una storia interessante.

    Infatti, mentre l’adorazione alla dea Iside è antichissima, il culto a Serapide venne letteralmente

    inventato

    circa trecento anni prima di Cristo, da Tolomeo uno dei quattro generali che succedettero ad Alessandro Magno;

    e lo scopo di questa invenzione fu di rendere possibile una

    pacifica convivenza tra le varie spiritualità

    presenti nell’area egiziana di quel tempo.

    Come?

    Trovando qualcuno su cui tutti potessereo andare d’accordo!

    Serapide, appunto.

    L’operazione riuscì al punto che all’inizio del secondo secolo d.C.

    Adriano

    in viaggio in Egitto poteva scrivere al proprio cognato

    Tutti coloro che qui, adorano Serapide, sono cristiani, e persino quelli che vengono chiamati vescovi sono legati al culto di Serapide. Non v’è capo rabbino, samaritano, sacerdote dei cristiani, matematico, indovino, bagnino, che non adori Serapide. Lo stesso patriarca degli ebrei adora indifferentemente Serapide e il Cristo. Questa gente non ha altro dio che Serapide: è il dio dei cristiani, degli ebrei e di tutti i popoli

    https://it.wikipedia.org/wiki/Serapide

    Se Adriano confondesse Serapide – barbuto guaritore – con la raffigurazione di Gesù… non possiamo sapere.

    Sta di fatto che l’importanza di questo culto fu tale che, a partire dall’ultimo secolo prima di Cristo, esso cominciò ad apparire anche a Roma.

    e con il culto, i templi ad esso dedicati; tra cui quello che si trovava qui, in quello che noi oggi chiamiamo Rione Pigna;

    un tempio che ora non c’è più,

    ma che si è in qualche modo espanso, nel rione Pigna e in tutta Roma, prestando ad altri monumenti alcune delle sue meravigliose decorazioni.

    La piazza da dove cominciamo il nostro giro per il Rione Pigna si chiama

    piazza Grazioli

    e su di essa si affaccia il grande palazzo che porta lo stesso nome.

    Palazzo Grazioli nel Rione Pigna

    Il palazzo è del sedicesimo secolo

    e a disegnarlo fu Giacomo Della Porta.

    E, per soddisfare un pò di curiosità… si tratta del palazzo che è stata la residenza romana di Silvio Berlusconi fino a pochissimo tempo fà;

    e la famiglia Grazioli Lante della Rovere detiene il triste primato di essere stata, nel 1977, la prima vittima della stagione dei sequestri e degli omicidi della Banda della Magliana.

    Quello che interessa noi qui è invece la piccola figura che si trova su un suo angolo:

    la statuetta di una gatta

    -proveniente dall’Iseo Campense, anche perché per gli egiziani antichi  gatti erano dei, e come dice una frase che ogni gattofilo conosce bene, loro, i gatti, non se ne sono mai dimenticati.

    La statua della gatta nel Rione Pigna

    Da qui andiamo, sempre sulle tracce del Tempio di Iside e Serapide, verso la

    chiesa di Santo Stefano.

    La chiesa di Santo Stefano è molto antica, si dice che la sua versione precedente fosse esistente già nel 900.

    Nei vari restauri che si susseguirono nei secoli, qui si trovarono le statue dei leoni di basalto che poi furono installate alla Mostra dell’Acqua Felice e sulla Cordonata del Campidoglio, e come ci si poteva aspettare la famosa

    pigna

    anzi pignone, che oggi si trova nel Cortile che prende il suo nome ai Musei Vaticani, e che secondo i più avrebbe dato il

    nome al quartiere.

    Di questa storia parleremo ancora tra poco; intanto, diciamo che questa chiesa di Santo Stefano è normalmente identificata come

    Santo Stefano del Cacco

    perché…

    Beh, sempre per “colpa” dell’Iseum.

    Da lì doveva infatti provenire la statua del dio Toth, un dio egizio che aveva la forma di uno scimpanzè, o di un macaco…

    Da Macaco a Macacco, e

    da Macacco a Cacco

    la strada è breve, per i romani…

    e poiché la statua venne inizialmente portata porprio in quella chiesa

    (ora si trova ai Musei Vaticani)

    ecco spiegato il motivo di questo strano nome.

    Sempre da queste parti, facendo due passi dalla chiesa di Santo Stefano in direzione della piazza del Collegio Romano

    senza che nessuna targa ne dia conto, si trova un gigantesco

    piede di marmo

    Piede di Marmo nel Rione Pigna

    probabilmente un altro resto del grande tempio, o di uno degli altri edifici che si trovavano in questa zona.

    Ora ci dirigiamo verso il

    cuore del Rione Pigna

    attraversando corso Vittorio che unisce le due parti del rione come lo farebbe un fiume, per incontrare la

    Chiesa del Gesù

    piazza del Gesù

    Qui, introdotti dall’imponente

    retro della chiesa

    Chiesa del Gesù

    ci prepariamo ad aguzzare gli occhi della mente, come diceva Amleto che della materia se ne intendeva bene, per riuscire a vedere una prima ombra: quella della

    Porticus Divorum

    una

    grande piazza rettangolare

    di cui abbiamo un’idea grazie alla sua raffigurazione nella forma urbis di Settimio Severo,

    e che sorgeva

    tra i Saepta Iulia e le terme di Agrippa

    (di entrambi questi edifici riparleremo tra poco).

    Al suo interno si trovavano

    due templi pressoché identici,

    dedicati a Tito e a Vespasiano, entrambi nel frattempo divinizzati.

    Ma torniamo ora alla

    Chiesa del Gesù

    costruita alla metà del 1500, su progetto dell’onnipresente Giacomo Della Porta.

    La piazza, invece, anticamente era denominata “Forum Alteriorum” o anche “platea de Alteriis” per la nobile presenza del palazzo degli Altieri.

    Su questa piazza,

    crocevia di cinque strade

    il Corso Vittorio Emanuele II, la via del Plebiscito, la via del Gesù, la via d’Aracoeli e la via Celsa

    c’è spesso

    vento

    e la leggenda collegata è che a portarlo qui, il vento, fu il

    diavolo

    in persona.

    Attratto dalla chiesa (che nacque per desiderio di Ignazio di Loyola, il fondatore dei Gesuiti),

    Lucifero volle infatti entrare a vederla e chiese al vento, che sempre lo accompagnava, di aspettarlo fuori.

    Dalla chiesa il diavolo non fu più capace di uscire, ed il vento così si ritrovò ad aspettarlo invano, come un’innamorata tradita, senza alcun risultato.

    La leggenda risulta ulteriormente strutturata in una versione che vede Lucifero comparire all’interno della chiesa ed ingelosirsi della sua

    bellezza.

    Gelosia distruttiva perché il diavolo non poteva ovviamente impossessarsi di una chiesa;

    ed applicando il purtroppo non abbandonato principio, questa volta senza scherzi davvero demoniaco e purtroppo non solo una leggenda, secondo cui

    se non ti posso avere io non ti avrà nessuno”

    fece arrivare, trasportato dal vento, il suo carro per distruggere la chiesa.

    Nell’attesa, il demonio usci sulla piazza e lì rimase talmente affascinato dalla sua bellezza che gli scappò il tempo di mano, ed arrivò l’alba, oltre la quale non poteva fare più nulla.

    Così, con le pive nel sacco, Lucifero tornò agli inferi con il suo carro.

    Ma si dimenticò di richiamare anche il vento, che rimase lì ad aspettarlo.

    Un’attesa destinata a non finire mai perché, si dice, la bellezza della chiesa è tale che chiunque la guardi ne resta meravigliato e rischia di restare per sempre in quel posto ad ammirare gli splendori della costruzione.

    Il racconto ampio è riportato da Stendhal.

    Se lo scrittore francese abbia voluto lodare la grandissima capacità di conversione dei Gesuiti, che forse avrebbero convinto, se non convertito, perfino il diavolo,

    oppure denigrare l’Ordine scherzando sul fatto che almeno per un tempo sarebbero riusciti a trattenere nelle loro fila persino il demonio stesso, non si può sapere.

    Piazza dei calacarari Rione Pigna

    Lasciamo il vento (che personalmente non ho trovato) e piazza del Gesù per dirigerci verso

    Largo di Torre Argentina,

    dove faremo una breve sosta in

    Piazza dei Calcarari

    Devo dire che quando sono andata alla sua ricerca la prima volta mi sono davvero stupita:

    c’ero già passata mille volte, ma non avevo mai capito che si trattasse di una

    piazza separata almeno nominalmente rispetto al largo di Torre Argentina.

    Ed infatti questa è a mia espressione… quando me ne sono accorta!

    La piazza nacque ufficialmente nel 1938, in occasione dei lavori di allargamento di Via delle Botteghe Oscure.

    Ma del nome

    ad Calcarariai  

    si ha notizia per la prima volta già nel 1023: calacrari erano quelli che di mestiere trasformavano il marmo in calce, per permetterne il riuso.

    Ed in questa zona, nel Medioevo, le

    fornaci per lavorare la calce

    erando davvero innumerevoli, per il semplice motivo che

    la zona era stata ricchissima di monumenti e, conseguentemente,

    di marmi da polverizzare nei forni per ottenernene la calce.

    Lasciamo le ombre relativamente più recenti dei calcarari, e mettiamoci in cammino verso la piazza dei Satiri.

    E mentre ci incamminiamo, dobbiamo fare almeno un cenno all’ombra più dispettosa di quelle che incontreremo oggi qui nel Rione Pigna, quella del

    Teatro di Pompeo.

    La storia di questo teatro è molto interessante e merita una puntata a parte, magari insieme con gli altri teatri che erano in attività in epoca imperiale.

    Di lui però, resta davvero quasi nulla – per questo dico che è

    dispettoso:

    il teatro non è scomparso del tutto perché una piccola parte si può vedere all’interno dell’hotel Lunetta,

    e soprattutto perché ha lasciato una

    impronta indelebile

    negli edifici curvi che ne seguono il profilo…

    ma il resto si nasconde per sempre: danneggiato e distrutto andò nel Medioevo a far parte di qui marmi che i calcarari trasformavano in calce.

    Peccato perché fu il primo teatro in muratura di Roma…

    Su YouTube si trova un bellissimo video di Andrea Carandini proprio su questo teatro.

    Noi, gli passeremo vicino proveniendo da via del Biscione e poi andremo in

    piazza dei Satiri,

    dove si trova nell’edificio curvo che ne ripercorre la grande càvea

    Perché dei Satiri? Beh, per certo non si sa.

    Quel che si sa è che nel 1400 apparvero qui due statue, appunto di satiri, che, sempre a proposito di ombre, potrebbero essere state installate nel Teatro di Pompeo, quando c’era…

    se volete vederle, dovete lasciare il Rione Pigna per andare al Palazzo Nuovo in Campidoglio.

    Arriviamo ora a

    piazza della Quercia

    Non è un’ombra,

    anche se oggettivamente potrebbe essere più imponente

    (ma poi non ci starebbe nella piazza!!!)

    la quercia che si trova in mezzo alla piazza che porta il suo nome.

    Piazza della Quercia Rione Pigna

    Tuttavia, il nome della piazza non ha nulla a che fare con quest’albero,

    che si trova qui

    (con alcune sostituzioni dovute alla sua morte per malattia)

    solo dal 1940.

    In realtà la piazza – più piccola – si chiamava della Quercia perché questo era il simbolo dei

    Della Rovere,

    la famiglia di Giulio II,

    il papa guerriero o papa terribile,

    che nel 1507 concesse la chiesa, allora dedicata a San Nicolò –

    oggi si chiama santa Maria della Quercia –  alla colonia dei viterbesi.

    Ora arriviamo a casa di una importante ombra, quella delle

    terme di Agrippa

    l’unica traccia rimasta nel Rione Pigna degli splendori dell’impero.

    Ci troviamo infatti, sotto il cosiddetto

    Arco della Ciambella

    La via prende il nome dall’arco che fino al 1621 attraversava la strada ed è ancora in parte riconoscibile sul suo lato nord.

    Si trattava di una parte di un’aula delle antiche Terme di Agrippa, che passava sopra la strada.

    La ragione più accreditata di questo nome è che l’aula delle Terme di Agrippa – da cui venne ricavato l’arco  e rimasta intatta fino forse al ‘600, fosse detta ciambella per la sua forma circolare.

    Ed ora, finalmente, ci dirigiamo verso la piazza che ha lo stesso nome del rione,

    Piazza Pigna

    La piazza come la vediamo oggi è “figlia” della sistemazione cinquecentesca, che ricostruì dalle fondamenta la chiesa che vi si trovava fin dalla seconda metà del 900 e che era dedicata ai martiri Eleuterio e Genesio.

    Prima di prendere il nome da quello della chiesa dedicata a

    san Giovanni della Pigna

    questo slargo si chiamava

    piazza dei Porcari

    dal cognome dei baroni che abitavano le case prospicienti la piazza.

    Ancora adesso vi si trova la sede della

    Arciconfraternita della Pietà ai Carcerati,

    che dalla fine del 1500, oltre  a prendersi cura dei carcerati, ricevette dal papa Gregorio XII Correr il diritto di liberare ogni anno un condannato a morte.

    Ma, considerato che

    qui di pigne non ce ne sono

    né sembra ce ne siano mai state,

    perché il Rione si chiama così?

    Un’ipotesi è che il nome derivi dalla

    enorme pigna

    che forse era appartenuta alle

    decorazioni delle Terme di Agrippa

    e che venne trasportata sul colle Vaticano intorno al 600.

    Cortile della Pigna in Vaticano

    Tuttavia il Rione prese il nome di Pigna solo alla fine del 1700:

    in mezzo c’era stato il Medioevo che quanto a ricordi del suo passato non ha avuto un atteggiamento esattamente conservativo.

    Così, teniamo conto anche dell’altra ipotesi, e cioè che

    pigna (in latino pinea)

    sia la corruzione della parola

    vigna (in latino vinea)

    e che l’uso di quest’ultima qui sia giustificabile dal fatto che appunto nel medioevo

    questa era zona di vigneti.

    Nel 1727, cinque anni dopo la consacrazione della

    chiesa di Sant’Ignazio di Loyola

    il papa Benedetto XIII degli Orsini ritenne

    «disdicevole che una facciata così insigne resti senza il dovuto prospetto e comodità d’ una piazza proporzionata»

    https://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2006/02/12/burro-di-piazza-sant-ignazio-per.rm_025i.html

    Pertanto, incaricò Filippo Raguzzini di realizzare un corpo di abitazioni adeguate.

    L’architetto napoletano dimostrò tutta la propria competenza ideando un progetto basato su tre ovali tangenti, capaci di

    controbilanciare l’imponenza della facciata.

    Per meglio rispondere a quel bisogno di alleggerimento,

    i palazzetti

    vennero

    ornati con stucchi, modanature e balconcini

    e tinteggiati di

    color dell’aria,

    una tonalità grigio – celeste molto in voga nel Settecento.

    Tuttavia, fino dalla loro ultimazione le critiche fioccarono, ed aspre:

    La  piazza è stata «deturpata da quelle ridicole case a foggia di canterani», tuonò Francesco Milizia, teorico d’arte dell’epoca.

    Era fatta:

    da canterani a Burrò

    il passaggio fu breve.

    Burrò

    – romanizzazione del francese bureaux che ha tra i suoi significati anche quello di mobili da ufficio, armadi a cassettoni –

    rimase così il nome dato a questi edifici.

    .Quanto alla

    chiesa di sant’Ignazio

    l’unica di questo giro che ho potuto visitare da dentro,

    fu costruita dal cardinal Ludovisi nel 1626 in onore di

    S.Ignazio di Loyola, fondatore della Compagnia di Gesù,

    ed andò a sostiture la cinquecentesca chiesa di “S.Maria Annunziata”, fortemente voluta da Vittoria Frangipane, marchesa della Tolfa, moglie di Camillo Orsini e nipote di papa Paolo IV.

    In pieno stile barocco,

    contiene numerose opere d’arte

    di cui la più famosa è sicuramente il

    grande affresco della volta

    che rappresenta la gloria di sant’Ignazio di Loyola sostenuto da angeli.

    Per vederla meglio si possono accenderne le luci inserendoun euro nella cassetta sotto la volta.

    Il solo problema è che, se come è capitato a me ci andate di giorno, l’illuminazione artificiale non da alcun risultato…

    e può succedere anche a voi come è successo a me che un signore davvero gentile vi dica che, se volte vederla davvero, dovete andarci la sera!

    Qui, ai tempi di

    Domiziano

    che lo fece erigere,  il

    tempio di Minerva Chalcidica

    anche se c’è chi dice che il tempio in realtà era dove ora si trova la chiesa di Santa Marta in piazza del Collegio Romano.

    Il Tempio di Minerva Calcidica. Immagine in romainteractive.com

    Siamo dunque tornati alle ombre e necessariamente alle supposizioni.

    In ogni caso

    Chalcidica

    è un termine che nella architettura antica rimandava ad un ampio porticato annesso a un edificio.

    In qualche modo Chalcidica poteva significare annessa, e poi, portiera, insomma sentinella…

    perché, sembra, il tempio si trovava davanti al grande complesso della

    Porticus Divorum

    La statua di Minerva Chalcidica, o meglio una sua copia di epoca antonina, si trova ai Musei Vaticani.

    La facciata della chiesa è uno strano miscuglio tra romanico e rinascimentale,

    ma l’interno è in stile gotico.

    L’elefantino nel centro della piazza nasce da un disegno di Gian Lorenzo Bernini;

    l’obelisco in granito rosso

    che è retto dall’elefantino risale invece a

    quasi 600 anni prima di Cristo.

    Nei geroglifici sull’obelisco sono incisi i nomi di due dei egizi, uno

    anzi una

    delle quali era la

    Minerva egiziana!

    Nel convento che si trova vicino la chiesa, Galileo Galilei rese abiura delle sue tesi ritenute eretiche.

    Ecco, il nostro giro è finito.

    Arriviamo però ancora davanti al

    Pantheon

    che appartiene al Rione Sant’Eustachio,

    per parlare un momento dei

    Saepta Iulia,

    che si trovavano qui.

    Quello dei Saepta Iulia era un

    complesso di edifici,

    destinati a funzioni amministrative e pubbluche

    (censimenti, comizi, votazioni, talvolta giochi)

    che sorgeva proprio tra il Pantheon e l’Iseo campense.

    Verosimilmente dunque si trovava anche in quello che noi oggi chiamiamo Rione Pigna,

    precisamente tra via del Seminario, via di S. Ignazio, via del Plebiscito, via dei Cestari e via della Minerva.

    Ma quel che è particolare è che

    durante i Saturnalia

    ossia le feste del solstizio invernale

    quelle che il Cristianesimo ha deciso di adottare per fissare il periodo del Natale

    qui ai Saepta Julia si vendevano oggettini di artigianato

    che si era usi scambiarsi tra amici e parenti in occasione delle feste.

    E se pensate che piazza Navona, con le sue bancarelle a Natale

    Covid ed ordinanze permettendolo

    è proprio qui ad un passo…

    beh, vuol dire che questa zona è

    dove si comprano i regali da fare a chi amiamo

    da molto, molto tempo, no?

    Ora, possiamo andare a riposarci del nostro giro al Caffè Sant’Eustachio!

    Per ascoltare il podcast sul Rione Pigna, questo è il link

    Radio 21 aprile Web è un podcast che parla di Roma e della sua bellezza.

    e questo è il link al video

    Per ascoltare gli altri episodi, clicca questo link

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    Due passi per il Rione Pigna
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